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Il 28 novembre, nell'ambito di una iniziativa svoltasi a Silanus in difesa del Nuraghe Orolio, il dottor Alfonso Stiglitz ha tenuto una conferenza sul tema: "Perché la Sardegna non era Atlandide". L'ho intervistato.
Nei giorni scorsi, in un dibattito a Silanus, lei ha argomentato la sua convinzione che la Sardegna non possa essere Atlantide. Perché, dunque? Potrei usare la risposta più semplice e più rispettosa dei dati scientifici: non lo è perché Atlantide non esiste. Ma nella conferenza non mi sono fermato a constatare questo dato e saltando a piè pari il problema ho valutato le due condizioni storico-geografiche indispensabili perché un’isola sia identificabile con Atlantide: la prima è che sia al di là delle Colonne d’Ercole e la seconda che sia stata distrutta da terremoti e maremoti che hanno determinato la scomparsa della civiltà atlantidea. La Sardegna non risponde a nessuno dei due requisiti. Le Colonne d’Eracle all’epoca di Platone erano nel lontano occidente, d’altra parte Platone stesso è vissuto per sette anni in Sicilia e non avrebbe potuto situarle in Sicilia. Ma il tratto di mare dello stretto di Gibilterra e oltre era noto sin da almeno il IX-VIII sec. dai Fenici e dai Greci (soprattutto euboici), come ci dimostrano i materiali greci e fenici trovati in quest’area (Cadice, che è fondazione fenicia, Huelva di area Tartessica, fino nell’entroterra) e i toponimi riportabili a questi contesti. La realtà stessa delle Colonne è orientale, non greca, e in occidente è legata alle navigazioni fenicie che hanno come punto di partenza le colonne di Melqart del tempio di Tiro e di arrivo nelle colonne del tempio di Melqart a Cadice. E’ nota a tutti la identificazione di Eracle con Melqart, attestata già da Erodoto. Quanto alla distruzione oltre alla ovvietà che la Sardegna è ancora sopra l’acqua va notato come nessuna indagine archeologica né geologica hanno posto in luce strati pertinenti a giganteschi maremoti connessi con la distruzione di nuraghi; nella conferenza ho mostrato nuraghi perfettamente in piedi in aree che avrebbero dovuto essere soggette al famoso “schiaffo di Poseidone”, come nel Sinis, o come il nuraghe s’Urachi di San Vero Milis, nel Campidano di Milis che ancora in età punica non era coperto, come hanno mostrato i sondaggi realizzati e mostrati con le immagini. Infine non ci sono tracce di una fine drammatica della Civiltà nuragica, come sarebbe nel caso di una catastrofe naturale; l’area soggetta al presunto maremoto presenta una vivacità culturale e costruttiva anche dopo il fatidico 1175, come mostrano gli innumerevoli villaggi del bronzo finale e prima età del ferro (XII-VIII sec. a.C.), i pozzi e sacri e le aree di culto, praticamente in riva al mare ecc.
In una conferenza svoltasi recentemente ad Atene la questione della esistenza di Atlandide è stata al centro dell’interesse. Massimiliano Stucchi dell’Istituto di geofisica e vulcanologia di Milano ha sostenuto che intorno all’isola di Atlante si è passati ora dalla “speculazione teorica alla ricerca scientifica seria”. Pare di capire che non è più in questione se sia esistita ma dove si trovasse. Qual è la sua opinione? E’ chiaro che dei geofisici si pongano il problema dell’esistenza di avvenimenti naturali catastrofici citati dalle fonti; ma da qui a collegarli con fenomeni storici, se permette, è necessario possedere la competenza specifica, anche se, ovviamente, non pretendo che un geofisico conosca la problematica del pensiero e del metodo di Platone. Si può fare anche l’esempio, di questi giorni, della ricerca delle tracce del Diluvio universale sulle coste mediterranee sulla base del testo biblico: si salta a pie’ pari il problema della formazione di quel testo che non è originale ma una tarda versione di un mito mesopotamico che i sacerdoti israeliti hanno appreso durante l’esilio babilonese. Ciò significa che, ammesso e non concesso, che ci sia stata una immane alluvione, questa è avvenuta in Mesopotamia, in Iraq, non nel Mediterraneo. Ma io non credo affatto che ci sia stata; l’origine del mito, in realtà, è un’altra, più semplice, ma questa è un’altra storia. C’è in effetti una certa tendenza da parte di scienziati legati alle scienze della terra ad appassionarsi ai fatti storici, ritenendo, però, che l’essere degli scienziati basti a trasformarli da geologi in storici e qui sta tutta la debolezza delle loro tesi; non ci si può improvvisare storici, così come uno storico non può improvvisarsi geologo. A ognuno il suo mestiere. Venendo ai dati concreti, il geofisico può dare utili informazioni e studi sulle sequenze di terremoti o di altri fenomeni naturali che hanno interessato il Mediterraneo, magari indagando su quei terremoti che sono avvenuti ai tempi di Platone e che possono aver dato stimoli per la costruzione del racconto, come ad esempio il terremoto raccontato da Tucidide, che colpi l’isola di Atalante, nel tratto di mare tra l’Eubea e l’Attica, praticamente dietro casa di Platone e con quel nome assai suggestivo, o come il terremoto che colpì il golfo di Corinto, distruggendo tra l’altro l’isola di Elice con un devastante maremoto che distrusse anche il tempio di Poseidone; singolari coincidenze con il racconto di Platone. Badi non dico che queste isole siano Atlantide, che non esiste, ma che siano state utili strumenti che Platone ha utilizzato per rendere credibile una storia che, non dimentichiamolo, è ambientata nella notte dei tempi.
Fra le isole, diciamo così, in lizza per essere considerate Atlandide c’è Santorini, quel che resta cioè di Thera, distrutta da un maremoto. Insieme a un folto gruppo di suoi colleghi e in contrasto con l’ipotesi di Sergio Frau, lei scrisse che “la moderna ricerca archeologica e storica evita il ricorso a cataclismi, invasioni e migrazioni come spiegazione risolutiva dei cambiamenti culturali”. E’ ancora di quell’opinione? Si, le spiegazioni storiche basate su cataclismi e devastanti invasioni o migrazioni sono figlie del positivismo ottocentesco, legato al colonialismo che si espandeva e trovava in queste spiegazioni le giustificazioni “naturali” al proprio operare. Un positivismo legato al determinismo geografico che spiega gli avvenimenti storici, il carattere degli uomini, la loro indole ed è alla base della teoria della razza. Atlantide, non dimentichiamolo, ebbe un ruolo notevole in questo; non a caso fu il “mito” preferito dai nazisti. Oggi siamo portati a vedere la storia come un complesso di processi nei quali prevale la molteplicità dei fattori: quello geografico (un aspetto sul quale conduco specificamente le mie indagini archeologiche) è uno di questi, ma da solo non ha l’efficacia che un tempo gli si attribuiva. La catastrofe di Santorini, pur nella sua immane grandezza, non provocò la fine della civiltà minoica né di altre. I fenomeni naturali possono concorrere ad accelerare dei processi, come, ad esempio, ripetute annate di siccità possono causare la fine definitiva di regimi già traballanti, difficilmente di governanti saldamente nel loro potere e in grado di affrontare questi fatti. Per il resto, il Mediterraneo è un mare di contatti e scambi e in questi le civiltà che si affacciano su di esso sono protagoniste ed è lì che nasce la loro originalità e il loro continuo mettersi in discussione. Dai contatti e dagli scambi nasce la velocità dei cambiamenti che le caratterizzano, sono società dinamiche e quella nuragica ne è parte integrante e attiva.
In una intervista che ho avuto qualche mese fa con lui, il professor Giovanni Ugas disse che “la mitica Atlantide può ben essere identificata nelle varie coalizioni di popoli, comprendenti genti occidentali, come i nord-africani Libu e Mashuesh, e gli abitanti delle “isole che stanno al centro del Verde Grande” fra i quali pone gli shardana-sardi. Lo ritiene possibile? No, perché Atlantide è un mito platonico, inesistente in tutte le altre fonti (l’unico a parlarne è in effetti Platone) e non mi pare che Platone avesse conoscenza di quei fatti. Ma al di là di questo, la storia raccontata da Platone è completamente diversa e non ha niente a che fare con quella dei c.d. Popoli del Mare. Sui quali, peraltro, forse andrebbe fatta una riflessione più approfondita sulla base dei dati storici e archeologici oggi noti e che hanno decisamente messo in discussione le vecchie ipotesi, di stampo ottocentesco. Ma anche questo è un altro discorso.
Un’ultima domanda: è ancora convinto che “l’Atlantide di Platone non è un dato storico riferibile a un determinato luogo e a un determinato tempo, ma è solo una costruzione poetica e utopistica a fini esplicativi”? Si, certo. Di recente è stata pubblicata l’edizione italiana di un libro di Pierre Vidal-Naquet, uno dei maggiori conoscitori e studiosi di Platone, un libro che consiglio di leggere (Edizioni Einaudi), nel quale viene messa in chiaro tutta la vicenda dell’Atlantide di Platone (Vidal-Naquet non è il primo, ma egli ha il pregio di fornire il quadro completo in modo comprensibile). Atlantide non è altro che l’Atene imperialistica, sgradita a Platone, che si contrappone all’Atene dei suoi ideali politici. E gli spunti che lui riadatta ai suoi scopi sono le guerre persiane (i persiani come Atlantide conquistarono l’Egitto e attaccarono Atene, che però sconfigge la potenza asiatica), le descrizioni delle fantasiose città persiane, il porto del Pireo e quello di Cartagine, assai simili a quello Atlantideo e la stessa divisione del territorio in dieci parti che trova nell’Atene reale, la divisione in dieci tribù della riforma di Clistene. Il racconto, poi, viene situato in una trasmissione da favola: il bisnonno di Platone l’avrebbe appreso dal nonno che a sua volta l’avrebbe appreso dal bisnonno che l’avrebbe sentito da Solone, che l’avrebbe appreso dagli immancabili egizi a Sais, capitale egiziana della dinastia saitica, di recente fondazione, all’epoca di Solone e improbabile detentrice di antichissimi documenti. Atlantide non è la sola storia fantastica raccontata da Platone, ma rientra nell’uso che lui faceva di questi esempi ai fini del suo pensiero o, anche, all’interno del dibattito politico-filosofico a quell’epoca molto vivo. Mi permetta, in conclusione, di riportare la riflessione finale che ho fatto nella conferenza di Silanus: La Sardegna nuragica, soprattutto in questi ultimi anni, è afflitta da una quantità di pubblicazioni che di volta in volta la collegano ad Atlantide, agli Sherdana, a Yhwh o, addirittura, ai Giganti. Come se l’essere nuragici non basti a garantirci un posto importante nella storia; anzi, sembra quasi che ci vergogniamo della nostra storia, che la riteniamo non adeguata e che quindi necessiti di essere abbellita, arricchita. Fino a invocare la distruzione di Poseidone, il maremoto, perché così, distruggendoci, ci nobilita agli occhi del mondo. Preferisco la nostra storia, saldamente ancorata al terreno, solido, della nostra terra. |