|
di Alberto Areddu
E' da poco uscito per i tipi della CUEC un agile, ma denso volumetto, Storia della lingua sarda. Dal paleosardo alla musica rap, 13 €, ad opera di Eduardo Blasco Ferrer (noto studioso ed accademico catalano, trapiantato in Sardegna) e di Giorgia Ingrassia.
Il libro, come dicono gli autori, è un remake dell'omonimo saggio giovanile del 1984, apparso due anni prima di quello che io considero il migliore dei saggi di Blasco, La lingua sarda contemporanea. Orbene in questo che nelle intenzioni e nel formato dovrebbe esser un saggio divulgativo, come talora accade, pur non dovendo, gli autori propongono come fatti acquisiti, cose che in realtà non sono affatto passate in giudicato e in alcuni casi riflettono una discussione tuttora in fieri, come si può percepire anche dalla lettura di alcuni interventi su questo blog. Così gli autori affermano: "nonostante lo sforzo di pochi fanatici, non praevalebunt portae inferi: l'inferno è, ovviamente, la LSC", che giunge in cauda, dopo una lunga reprimenda di una quindicina di pagine (inopinata in un saggio che dovrebbe essere cool e divulgativo) contro la "malfamata" Lingua Sarda Comune, che è quell'elaborazione, in parte artificiale, a cui (ricordiamolo) lo stesso Blasco Ferrer ai primordi pose mano, vedendosi poi scalzato dalla triade: Corraine, Corongiu, Bolognesi. Le osservazioni linguistiche mosse, appaiono giuste: la compresenza di elementi morfologici incompatibili (presente logudorese di conserva coll'imperfetto campidanese), creazione di forme inusitate (es. gente), filo-logudoresimo marcato, la scelta di elementi onomasiologi assurdi nel calderone degli items dialettometrici ecc.. A questa lingua "comuna" (giusto il rimbrotto, che non dovrebbe dirsi "comuna", ma "comune", correggendo però in "cumone/i", perché tale è l'aggettivo sardo genuino ereditato) Blasco e la sua collaboratrice contrappongono, come in altre regioni europee, una codificazione a doppio binario: logudorese e campidanese (come avvenne tra ceco e slovacco, che io pensavo, nella mia ignoranza, fossero considerate lingue diverse). Rifaccio notare però che alcuni artifici elaborati in prima sede (la LSU) e che hanno fatto presa nell'elaborazione della LSC (e nelle applicazioni letterarie solidali, ad esempio il recente romanzo del nostro Blogger, La stele di Osana), quali lo scempiamento delle occlusive naturali o derivate: note, apo, macu, che giustamente il Pittau bollò come insensate dal punto di vista storico, auditivo e fonetico, insieme all'idea di accentare sempre le forme sdrucciole (fàghe.lu, Sèdilo) ("perché ciò impedisce al lettore ignaro di sardo di pronunciare correttamente i vocaboli"; Domanda: il sardo è una lingua da studiare altrove?, e gli studiosi stranieri di italianistica come faranno allora con l'italiano?), e all'altra idea della evidenziazione dei clitici (servende.che.lu, faghe.mi.los), promanano proprio dalla riflessione del Blasco, e hanno radici nella tradizione scrittoria iberica e francese. Quindi si potrebbe dire: chi ha messo la serratura alle porte dell'inferno, pianga sé stesso. Il livore contro la LSC pare, in soldoni, dovuto alla estromissione da un progetto, che era in gran parte frutto di una propria elaborazione personale, per opera di persone che a giudizio del Blasco, hanno poca competenza, ma migliori agganci politici. Blasco ha ripiegato sulla codificazione bilingue e perciò vede (gufando contro la LSC) con favore, le reazioni negative in ambito campidanese ad essa. Non si può non dargli ragione, con l'aggiunta però che i sardi in qualsiasi caso (lingua "comuna" o doppio binario linguistico) NON avranno una lingua su cui compattarsi in un'unità storica, né quindi alcuna rivendicazione pesante da giocare sul piatto dei meriti storici, sul quale ha richiamato qui l'attenzione, pur sibillinamente, il Casula. Il saggio che ripercorre velocemente duemila anni di storia linguistica, pure con una certa attenzione a qualche fenomeno sociale o artistico, non è immune da qualche caduta di stile, e dal rischio dell'umorismo involontario, come quando dice (pag. 182): "Nel 1998 viene pubblicata, sotto l'egida delle quattro Province, la prima -e tuttora unica- enciclopedia digitale della lingua e della cultura sarda, Pro Domo, CD-rom multimediale, a cura di Eduardo Blasco Ferrer. Nello stesso anno nasce, dall'intuito e dalla capacità imprenditoriale di Renato Soru, Tiscali, società che per lungo tempo diventerà leader europeo nel settore Internet, e che darà occupazione a molti giovani sardi." Davvero DUE eventi mica da ridere ebbe il 1998, verrebbe da commentare sardonicamente! Ma qui adesso mi riporto all'altro estremo del libro, passando dalla possibilistica di una lingua per i sardi, alla ricostruzionistica della loro lingua primigenia. Le idee che Blasco esplicita in questa parte iniziale non sono molto chiare, anzi appaiono contradittorie; dice infatti: "Il Paleosardo è una lingua non indeuropea, ossia senza parentela genetica con le altre lingue classiche e antiche che collegavano, durante il Neolitico avanzato, la Vecchia Europa con l'Asia, e che sin da Heinrich Julius Klaproth (1823) sono conosciute come Indogermanisch" (pag. 10) "la lingua riflessa nei microtoponimi paleosardi barbaricini, baroniesi e alto-ogliastrini era di tipo agglutinante, come il turco o il basco" (pag. 20) "oltre alla comune tipologia linguistica, sono numerose le basi toponomastiche che si lasciano ricondurre a più stadi evolutivi del Paleobasco" (pag. 20) "i primitivi popolatori dela Sardegna neolitica erano discendenti degli Iberi e dei Paleobaschi" (pag. 21)
Detto ciò però Blasco individua ad esempio in orgosa 'polla, sorgente, ecc' un org- arcaico (?) con uno osa 'bocca', paleoindeuropeo (!), che ne sarebbe la traduzione; bell'esempio un po' contradittorio di fusione bastarda (un po' come nella LSC), o meticciamento con un qualche elemento indoeuropeo, di cui poco prima recisamente aveva negato l'esistenza, ma che intorno al 2500 sarebbe giunto come "timida immigrazione dal Caucaso o dai Balcani". Altro che timidezza, mi verrebbe da gridargli: "gli indoeuropei in Sardegna erano degli sfrontati!" ma tanto non sentirebbe. Se andiamo a vedere nello specifico vediamo che tutta questa parte del libro, è assai precaria. Ad esempio individua un elemento -mele (o -nele) in Macu-mele, Mara-mele, che sarebbe il basco mele/bele 'nero' (faccio presente che la base mel-, melə- 'nero', è praticamente certo che è indoeuropea, vedi greco melas, antico indiano malina, baltico melna ecc); e la stessa cosa vale per Ilune, che sarebbe il basco illun 'oscurità' (senonché ilu- è attestato come 'nero, sporco' anche in molte l. indoeuropee). E anche per haritz 'quercia' = Aritzo (al quale Pittau e io tuttavia abbiamo contrapposto differenti alternative), qualora fosse giusto il collegamento del Blasco, osservo che il nesso sk- in diverse parole albanesi ha prodotto il suono aspirato h- (ci sono casi financo nel sardo), e dalla radice indeuropea *(s)ker- 'tagliare', l'albanese ha prodotto harr 'potare, recidere', onde per cui l'isolato e opaco semanticamente, basco haritz potrebbe essere un qualche antico indoeuropeismo (: *skar-istos, o *skar-ikios), ben motivato formalmente e semanticamente (: "il corteccioso, il tagliabile") (cfr. slavo: kora `corteccia', korice 'buccia, crosta', koreti 'diventare duro') Ma senza alcuna immodestia per Blasco & Ingrassia se la disanima loro filo-basca è "sensata", le (pag. 18): "plurime interpretazioni -a volte estremamente dilettantesche- apportate da alcuni studiosi locali (origini sumera [leggi Sardella], micenea [leggi Ligia], paleosemitica [leggi Sanna e Dedola], etrusca [leggi: Pittau, che viene elevato così a studioso locale!] si sono rivelate res nullius." Peccato che non abbiano aggiunto al novero delle brutterie, l'interpretazione illirica; il mio libro è in circolazione da due anni e glielo segnalai per E-mail al dott. Blasco, come gli mandai un altro libro per recensirlo, cosa che non fece, perché oberato dal lavoro; in questo mio saggio si diceva anche di un'origine italica della parola thalau, mentre nel presente saggio lo studioso di Catalogna, ribadisce che si tratta del latino ricostruito salivatum. Ipotesi del tutto fantasiosa ed errata foneticamente, ma contento lui. Non c'è da prendersela più di tanto, se non ci citano, oramai siamo vaccinati, sappiamo bene di quanti infingimenti ci si ammanti, e di quanto delle grazie del silenzio, ci si culli nel supponente mondo degli accademici. Ma come diceva un altro Eduardo, questo sì magnanimo: ha da passà a nuttata e, come soggiungeva mia nonna ardarese, "tantu jà ad a esser iscorcorijadu tottu " (iscorcorijare: 'portare alla luce').
|