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di Francu Pilloni
Io sono uno che subisce il fascino dei luoghi; quando sto in un posto, a volte ho l'impressione di sentire non le voci, ma la presenza delle sensazioni, delle emozioni che altri hanno vissuto prima di me. Uno di questi luoghi, per me, non poteva essere che la Giara di Gesturi,
che però è anche di Tuili, di Setzu, di Genuri e Sini, di Gonnosnò, Albagiara e Assolo, e via girandoci intorno. Non poteva essere che la Giara, dico, perché dalla casa paterna ho visto sorgerci il sole in tutte le stagioni, quelle dell'anno e quelle della vita, ho visto la luna piena volenterosamente alzarsi, staccarsi dalla "corona de sa 'Iara" per compiere il suo viaggio notturno. La Giara è stata sa lacana orientale al mio orizzonte di bambino, dove ho accumulato le fantasie infantili. Anni fa, se si voleva salire sull'altopiano, ci si doveva arrampicare in is scalas, i passaggi obbligati che permettevano l'accesso, salvo passare dal lato sud, da Gesturi appunto, da dove si poteva accedere anche con mezzi di locomozione. Ora non è più così, da Tuili ci si arrampica in auto sino ad un parcheggio, si passa davanti alla casupola della cooperativa che sta di guardia al sito archeologico e si "esplora" senza nulla pagare, a volte usufruendo della consulenza gratuita di quei giovani che sono davvero affabili. La "cosa" più grossa che si nota immediatamente è una chiesetta, direi piuttosto una cappella, costruita nel dopoguerra a pianta circolare, in armonia, o forse a imitazione, col nuraghe monotorre, ormai meno alto dei lecci che gli stanno intorno. E già questa vicinanza fra le due costruzioni mi riporta al fascino segreto dei luoghi perché, se è vero che gli uomini del Cristianesimo hanno posto il proprio marchio sopra e a discapito dei simboli di precedenti religioni/civiltà (un po' come fa il mio cane quando lo porto a passeggio, allorché si ferma ad ogni cantone per sovrapporre l'odore della sua orina su quella pregressa), a me pare, anche se non a livello razionale ma solo emotivo, che certi luoghi ci inducano, inducano noi uomini a cercare là e non altrove il contatto col "soberanu", il sopranaturale.
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Proprio nello spiazzo dietro il nuraghe e la chiesetta, che stanno sul ciglio de sa corona, sta quella che il guardiano guida ha identificato come un altare nuragico (foto 1), così come appreso nei corsi di preparazione professionale. L'altare, ciò che è rimasto, fu trovato rovesciato nel terreno ed è stato
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collocato sopra un sasso in bella vista (foto 2). Un altare nuragico, sito cerimoniale dove si chiedeva e si ringraziava per quanto avuto lo Spirito Soberanu da una parte, la chiesetta di "santa Luxìa" (mi pare questo il nome della santa, identificativo anche del luogo), dove una volta all'anno i Tuilesi, e chi altro lo desidera insieme a loro, si recano ad assistere al ripetersi del più grande e inimmaginabile dei sacrifici, ormai non più cruento, che mente umana abbia potuto escogitare: il figlio di Dio che si sacrifica per placare l'ira del proprio Padre. Come resistere dal chiedersi come e cosa facessero, sacrificassero, chiedessero di avere o di scampare i nostri padri nuracini? L'altare è là, disponibile al tatto e alla vista. anche all'olfatto, per chi non fuma e l'ha conservato, visto che, esposto all'aria e all'umidità, viene colonizzato dai muschi e dai licheni. La pietra ha pure dei segni incisi (foto 3 e 4), non sembrano, a prima vista cuori di san Valentino, le iniziali dei cretini o qualcosa del genere, anche perché ci sono i sorveglianti i quali assicurano che quei segni erano là già da quando l'avevano trovato e rivoltato, anzi, si vedevano anche meglio.
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C'è anche una perda strantaxa, pare scribacchiata pure questa (foto5). E gli altri pezzi dell'altare? E chi lo sa! Uno si mette in giro a guardare, i segni che s'incontrano sono tanti, a volte inequivocabili come i falli in positivo o in negativo, scolpiti su massi che ormai sembrano erratici, fori, incisioni profonde
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difficili da collegare. Anche sul muro della chiesetta, eretta col pietrame rinvenuto più vicino, ci sono pietre che sono incise, forse non sono scritte, ma scribacchiate sì (foto 6). Uno si affaccia sul precipizio, vede la Marmilla là sotto, intuisce il senso di "padronanza" del territorio per uno che guarda da lì in alto, che non è possesso, proprietà, bensì "conoscenza", come quando riconosci e distingui un leccio da una sughera o da un rovere non solo dalle foglie, ma anche e solamente osservandone la ghianda, come riconosci un uccello dal suo verso o dal modo in cui si libra in volo. Padronanza, dunque, ma anche invidia per quelle colline basse di alberi da frutta, di vigne, di cereali, mentre sull'altipiano solo magri pascoli fra le pietraie, lecci, sughere, lentischi e cisto. E, in estate, il canto triste delle cicale. E proprio giù, nel precipizio, si scorge un frammento lavorato (foto 7), che potrebbe essere la parte mancante dell'altare, oppure un altro altare, il frammento di altri altari che si scoprono fra i lentischi (foto 8). Uno si arrende, si deprime persino, può essere che nessuno lo abbia visto finora? Può essere che non abbia alcun valore? Che non valga la pena recuperarlo? Portarlo su? Per fortuna, se è durato trenta secoli, durerà ancora altrettanti, così esposto al sole. Ci si può sedere all'ombra, diciamo per riflettere, anche se intanto le ginocchia ringraziano perché non è agevole saltare di pietra in pietra per osservare la vasta area interessata all'insediamento, proprio dietro l'altare. L'occhio corre alla chiesuola, alla diversità delle pietre con cui è stata tirata su, vedi qualcosa che colpisce: pare proprio un frammento dell'altare, con la parte scribacchiata a vista, ad osservarla da vicino s'intuisce che vi è una seconda linea di scrittura, più in alto, ma ormai i muschi l'hanno avuta vinta (foto 9).
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Quando torno indietro, ripasso dalle guardie, compro la cartina, chiedo un'informazione: da qui, posso arrivare fino a su Corongiu de Mumuzzula? Sta dall'altra parte, c'è su Corongiu e anche il Nuraghe con lo stesso nome. Nella cartina è indicato con altro nome, ma non importa. Là troverò, subirò il fascino di una leggenda straordinaria. Un giorno, se vorrete, la racconterò.
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