Gianfranco Pintore
Buon Natale da Teti: NuR Hē ’AK Hē ’ABa Hē PDF Stampa E-mail
Scritto da Gigi Sanna   
Giovedì 17 Dicembre 2009 07:09

di Gigi Sanna

Non è certo bella da vedersi ma è… bellissima. Conta poco la forma grezza ed il ‘vile’ materiale. E’ anche commovente, se si vuole, perché ha perso il pennone, il disco solare e la colombella, parte delle fiancate, la protome del toro o del cervide.

Navicella 1

Quasi tutto. Un ‘relitto’ e basta, dunque. Eppure nel terribile naufragio almeno lo scafo, malconcio, corroso dal tempo e quasi irriconoscibile, ha resistito abbastanza bene; per quel tanto che basta per offrirci, sebbene non subito visibile (a distanza di 3300 anni circa!), un dono straordinario: un aspetto archeologico - documentario incredibile per il valore che esso assume, soprattutto per la cultura di tutti noi Sardi (ma anche, ovviamente, di quelli che Sardi non sono).

Potrei dire, senza tema di sbagliare, che le stesse superbe e nobilissime ‘sorelle’ bronzee, anche le più raffinate ma difficilissime da riportare con dei segni o dei grafemi simbolici fonetici, mai hanno dato così tanto. Né credo mai, io ritengo, lo daranno per quante nel futuro ancora se ne scopriranno.
Di cosa parliamo? Di un oggetto di cui, praticamente, non si sa nulla. Parliamo della navicella nuragica in ceramica rinvenuta in Teti (in S’Urbale?) diversi anni fa (quanti?), quella di cui mi avevano parlato (con sussurri e con circospezione), non poche volte, certe persone (anche in una conferenza tenuta ad Abbasanta nel 2005) e della quale hanno preso, quasi subito, a girare non poche fotografie. In genere non troppo nitide , tanto che era molto difficile vedervi quei segni che poi, di persona e con dei testimoni, ho potuto vedere, esaminare nei più piccoli dettagli e, direi, ammirare nello stesso luogo deputato a tutelare e valorizzare, localmente, il patrimonio archeologico.

Si è capito subito in quella sede, perché la barchetta non era ancora nota in via ‘ufficiale’ e perché mai se ne era parlato (non dico scritto): era stato detto, categoricamente, che l’oggetto (prima, come pare, visibile nelle vetrine del museo) non doveva essere più esposto al pubblico. Naturalmente è d’obbligo chiedersi il perché. Tra i tanti ‘cocci’ esposti nelle vetrine del museo, alcuni ripetitivi e anche di irrilevante valore documentario, anche il ‘coccio’ della navicella, in tanto tempo, avrebbe pur potuto trovare qualche possibilità d’essere esposto. Perché la cassaforte? Perchè il ‘top secret’? Perché, per non certo pochi anni, una tale ferma (e prolungata) segretezza? Perché non sottoporre subito, o perlomeno dopo qualche anno, all’attenzione degli studiosi e del pubblico in genere una navicella che almeno una bella e grossa novità (immediata e del tutto certa) presentava: quella d’essere l’unica rinvenuta in Sardegna non in metallo, ovvero in bronzo, ma in ceramica?

Non vorremmo sbagliare ma la spiegazione ci sembra chiara. Molto chiara: la barchetta contiene dei segni, non pochi segni, che potevano (e possono) mettere in serissimo imbarazzo l’archeologia cosiddetta ‘ufficiale’, travolgere il cosiddetto ‘consolidato’ e/o annullare certi punti fermi di ‘certi’ studiosi. E quei segni, sia dal ductus che dalla forma, evidenti anche ad un profano, non potevano essere che segni di scrittura, grafemi di un qualche codice alfabetico arcaico. E se c’erano dei segni alfabetici, naturalmente, c’erano anche dei suoni corrispondenti, c‘era quindi una lingua che comunicava, che faceva capolino, attraverso di essi. Meglio dunque non far vedere e mettere tutto a tacere. O forse non è così? Se non lo fosse, dichiaro che sono prontissimo a chiedere subito scusa. Se invece così è, come sospettiamo, il fatto, risulta molto, ma molto grave; perché si capisce bene che coloro che hanno voluto e disposto tale assoluto divieto di esposizione (chiunque essi siano) si sono assunti una bella responsabilità sia sul piano etico sia su quello professionale. E dovranno risponderne in qualche modo. Non fosse per altro perché già dal 1995 (15 anni!) è sorta, come si sa, in Sardegna una disputa di non poco conto (accanita e con punte di contrasto, talvolta, molto aspre), sul tema dell’esistenza o non della scrittura nuragica.

Non sarebbe stato opportuno per quella che si dice ‘onestà intellettuale’, al di là delle ‘opinioni’ o delle presunte certezze, tirarla fuori la barchetta, presentarla e parlarne per benino, onde evitare, o perlomeno attenuare, una rovente polemica (se non una caciara) che ormai ha data da molto tempo? Non sarebbe stato giovevole agevolare il corso della tanto invocata ‘scienza’ e della conoscenza mettendo a disposizione una scritta (riconosciuta evidentemente proprio come ‘scritta’) così interessante che avrebbe consentito, forse, di risolvere o avviare alla risoluzione la questione ‘scrittura sì - scrittura no’ delle popolazioni nuragiche? Soprattutto in considerazione del fatto che non solo c’era stato il rinvenimento delle bellissime tavolette di Tzricotu ma anche quello di altri numerosi documenti scritti, chiaramente scritti, come attesta, tra l’altro questo stesso Blog? No, meglio il silenzio. Si è preferito tacere, lasciar perdere, ‘aiutare’ chi aveva clamorosamente sbagliato e chi ancora sbagliava ma che comunque ‘contava’ in ambiente accademico, piuttosto che agevolare ‘ignoti’ studiosi, dei dilettanti dalla ‘fervida’ fantasia, degli assurdi collezionisti di ‘grammata’ da Zelig!

Ma vediamo di descriverla questa ‘modesta’ barchetta, di parlarne almeno un po’: dico un po’ ( ne parleremo tra qualche mese più ampiamente e con il rigore scientifico dovuto in una sede più opportuna), dal momento che il Blog, come decine di volte si è sottolineato, non è una rivista specialistica, ma serve soprattutto per dare le prime informazioni; per parlare anche di cose serissime ma sempre in toni, diciamo così, ‘discorsivi’; facendo capire il più possibile e con le parole più semplici, argomenti alquanto complessi ad un pubblico molto esteso ed estremamente eterogeneo quanto a cultura e a preparazione.

Fondo

E’ essa un manufatto, come si è detto, d’argilla (chiara), non molto grande, tanto che sta comodamente nel palmo di una mano (v. fig. in alto), ascrivibile chiaramente, per la sua forma, alla tipologia delle cosiddette ‘barchette nuragiche’ di bronzo. Sulle parti rimanenti delle fiancate e della parte piatta dello scafo, oltre a due (o forse tre) dischi (solari) tracciati sulla sommità, insistono due scritte: una composta da otto segni e una da quattro (questi ultimi più grandi rispetto agli altri), per un totale di 12 segni. Dei grafemi sono chiaramente visibili sette segni su otto della prima scritta e due segni su quattro della seconda. Dei tre segni non chiaramente leggibili il solo della prima scritta (il penultimo a partire dalla destra: un ‘nun’ pittografico) è parzialmente visibile e leggibile, mentre dei due della seconda scritta uno (un ‘beth’ molto arcaico) è parzialmente visibile e leggibile, un secondo quasi nulla (v. figg. 1 e 2.).

Fiancata

I segni per tipologia non sorprendono, in quanto si configurano come appartenenti a due alfabeti semitici consonantici, molto noti, adoperati nel corso della prima metà del Secondo millennio a.C. e nella seconda metà dello stesso Millennio: il cosiddetto ‘protosinaitico’ ed il cosiddetto ‘protocananeo’.

Nella prima sequenza scritta però, tra il quinto ed il settimo grafema, appare un segno impensabile e davvero straordinario, né protosinaitico né protocananeo, in quanto tendente a raffigurare, senza ombra di dubbio, il cosiddetto ‘pugnaletto votivo gammato’, oggetto - come si sa- molto noto e comune dell’iconografia della bronzistica sarda.

Quanto ai grafemi, analiticamente si notano, a partire dalla sinistra, un ’aleph’, un ‘gimel’, un ‘hē’, uno ‘zain’, il suddetto ‘pugnaletto gammato’, un probabile ‘nun’, un ‘reš’, un secondo ‘hē’. Il sesto segno, il probabile ‘nun’ a serpentello è tracciato al di sopra del suddetto ’reš’.

Nella seconda scritta si notano, a partire dalla sinistra, uno ‘zain’ , un ‘’aleph’, un probabile ‘beth’ ed una lettera non leggibile, ma che è tuttavia ipotizzabile come segno di ‘determinativo’, cioè la ormai comune in nuragico lettera - pronome ‘hē’  Nella tabella seguente riassumiamo i 12 segni complessivi delle due sequenze simboliche alfabetiche, mettendoli nell’ordine del sistema semitico tradizionale e offrendo di essi la tipologia alfabetica nonché i valori fonetici convenzionali .

Tabella

Senza addentrarci troppo nell’argomento, possiamo affermare che il significato delle due scritte ci sembra, dati i valori fonetici, abbastanza agevole per tutti; se si esclude il sorprendente pittogramma ‘pugnaletto’, per il quale però, tra lo scetticismo generale, ci siamo già da tempo pronunciati circa il suo valore di oggetto ‘scritto’, formato com’esso è da dei ‘segni’ agglutinati (il più visibile di essi il ‘gamma’ del pugnaletto; detto ‘gammato’ per l’appunto: v. Sardoa Grammata 2004, 5. 3. pp. 193 -196) .

Riproponiamo qui le sequenze dei segni sia della prima scritta sia della seconda:

g h dh yh’k (pugnaletto) n r h/

dh ’ b [h]

Prima scritta

Crediamo che sia del tutto inutile dire che le due scritte, nel loro complesso, ripropongono con tecnica pittografica, lineare e numerica e con tre sistemi di scrittura (protosinaitico, protocananeo e sardo), quanto invece nel solo bronzo viene scritto in modo ‘decorativo’, servendosi cioè dei singoli elementi pittografici dell’oggetto (cerchio, colomba, pennone + le quattro colonnine, la protome di toro o di cervo, lo scafo della cosiddetta ‘barchetta’ nuragica).
Si veda per questo Sardoa Grammata, 5.6. figg. 14 -15 -16, il saggio dove abbiamo anticipato, con i precisi valori fonetici dei singoli elementi (ottenuti ovviamente o per via logografica o per via acrofonica), la scritta che ora si trova, per nostra somma fortuna, integra nelle parti superstiti dello scafo della barchetta fittile di Teti.

Ma, a parte la lettura straordinaria e le insperate conferme circa il valore dell’oggetto scritto di per sé (ovvero scritto ‘con’), la barchetta di Teti è preziosissima per molti e diversi aspetti, dei quali i principali ci dicono:

  1. Seconda scritta

    Che l’essere essa composta in ceramica, il materiale consente di sbloccare, attraverso il ricorso al metodo di datazione con la termoluminescenza, in maniera - si direbbe - definitiva, la ‘quaestio infinita’ del periodo in cui le navicelle, verosimilmente anche quelle di bronzo, vennero costruite.

  2. Che l’essere essa scritta, senza possibilità di dubbio alcuno, in caratteri consonantici prefenici, ovvero di tipologia protosinaitica e protocananea, consente di ottenere una seconda aggiuntiva datazione del manufatto, in quanto i segni di detti sistemi si devono collocare temporalmente (ad essere molto prudenti nel calcolare la datazione più bassa possibile) nel XIII-XII secolo a.C.

  3. Che l’essere presenti nelle due sequenze di scrittura i nomi di Yh - ’k - ’ab (con i rispettivi ‘determinativi’) consente di confermare, ancora una volta, l’esistenza e la presenza continua della ‘formula trimembre’ riguardante la divinità, impiegata dagli scribi sardi, praticamente, in ogni luogo dell’Isola .

  4. Che l’essere presente la preposizione dh (offerta per due volte dal grafema-fonema zain) permette di ribadire la chiara presenza nei documenti sardi di parole ovvero di un lessico (preposizioni, suffissi, prefissi, appellativi, nomi comuni, nomi di persona, ecc.) non specificamente semitico ma cosiddetto ‘indoeuropeo’.

Per quanto attiene ai ‘riferimenti sardi’ posti nella tabella, ovvero il rimando ad altri documenti in cui compaiono i segni della barchetta, sarà bene rimarcare, soprattutto, che lo ‘zain’ con valore dh (= dhe) di preposizione si trova attestato due volte nelle tavolette bronzee di Tzricotu di Cabras: una volta (tav. A3) nella parte mediana a sinistra, in alfabeto di tipologia ugaritica (i due cunei verticali sovrapposti) e una seconda volta (tav. A4), sempre nella parte mediana a sinistra, in alfabeto di tipologia protosinaitica. Crediamo che sia del tutto inutile far presente e sottolineare che dette tavolette di Tzricotu (scoperte nel 1995) mostrano per prime il detto segno (per di più variato tipologicamente) per notare la preposizione dhe: gli altri documenti, con il medesimo segno a conferma, verranno, come anche nel presente caso di Teti, o dopo o molto tempo dopo.

Ciò riteniamo che vada detto e subito: perché ci si convinca definitivamente che i longobardi o i mongoli, con le loro linguelle (o linguette) da cinturoni da parata, non c’entrano per nulla con la scrittura protosinaitica-protocananea e sarda. Non c’entrano proprio per nulla con gli scribi sardi e con una delle espressioni più belle, raffinate ed affascinanti della scrittura di ogni tempo. Cosa questa che non mi stancherò mai di ripetere. Se poi si vuole ancora insistere… non c’è più un mare di ridicolo ma l’oceano intero.